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Parigi multiculturale

Questo è solo un blog di viaggi, ma i fatti di Parigi dei giorni scorsi hanno portato a galla dei ricordi e delle considerazioni che riguardano questa città. E allora prendete queste righe come volete: potete leggerle come semplici riflessioni, o come spunti per itinerari trasversali.

Fin dalla mia prima visita a Parigi, quando avevo 8 anni, una delle prime cose che mi colpì di questa città fu proprio il suo cosmopolitismo. Allora era ancora stupefacente vedere gente di ogni etnia far parte di una stessa cittadinanza. Non era infatti la varietà di turisti a colpire (quella c’era in abbondanza anche a Firenze), ma il fatto che quelle persone di ogni tipo che vedevo salire e scendere in metropolitana, fossero tutte ugualmente parigine. Indubbiamente questa è una delle cose che mi ha sempre fatto sentire questa città un po’ mia; sembrava che lì ci fosse posto per tutti.
In effetti Parigi ha, come altre metropoli nel mondo, un anima multiculturale; e questo è un dato oggettivo. Ha anche i problemi legati a tale multiculturalità, come è ovvio. In qualunque comunità, dalle più piccole alle più grandi, la convivenza tra persone di culture diverse può essere un grande arricchimento per tutti; ma è evidente che, se mal gestita, può portare anche a conflitti. Purtroppo episodi come quello di questi giorni fanno fare enormi passi indietro: torna la paura dell’altro, la tentazione di isolarsi, di escludersi a vicenda.

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Vorrei ricordare a chi pensa che questi siano i problemi del mondo contemporaneo globalizzato, che le grandi civiltà del mondo antico sono fiorite proprio grazie a questo incontro (e anche scontro) tra culture diverse: è successo nel vicino oriente, nel mondo greco, nella lunga parabola della storia romana. Tanto per rimanere in ambito parigino, è sufficiente fare un giro nel Louvre per rendersi conto di questo. Ovunque, in passato, ci sono state migrazioni di popoli, guerre, esplosioni di violenza, accanto a pacifiche convivenze e anche a felici fusioni di culture e religioni diverse. Eventi storici come quello dell’espulsione di ebrei e musulmani dalla Spagna (nel 1492 e 1502, ad opera dei sovrani cattolici Isabella e Ferdinando), non hanno portato la pace, ma hanno piuttosto sottratto fondamentali fermenti per lo sviluppo sociale e culturale, consegnando di fatto il paese all’oscurantismo dell’Inquisizione. Personalmente penso che non sia possibile impedire a realtà diverse di venire a contatto, nè che abbia senso farlo. Semmai bisogna sperare che tale contatto porti a un reale e paritario mescolamento.

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Per tornare a Parigi, bisogna infatti uscire dal circuito turistico e affacciarsi in una banlieue, per rendersi conto che la multiculturalità non ha solo la faccia rassicurante dell’allegra mescolanza di genti diverse. Quando si costruiscono in fretta orrendi palazzoni in orrende lande desolate, per dare rapidamente un tetto a degli immigrati o alle fasce deboli della popolazione, e poi si lascia che quelle che dovrebbero essere sistemazioni transitorie diventino invece definitive, stiamo creando dei ghetti di periferia. E questi portano inevitabilmente ai problemi sociali che sono il terreno favorevole per ogni fondamentalismo.

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Ripenso invece alla bella sensazione che si prova quando, camminando in una città, si scoprono le sue varie anime che si toccano, che si fondono nel tessuto urbano. Durante il nostro viaggio di nozze a Parigi, per esempio, avevamo scoperto per caso la grande moschea che sorge nei pressi del Jardin des Plantes. Inaugurata nel 1926, richiama le architetture moresche: presenta vari ambienti, cortili, un giardino e l’immancabile minareto. Effettivamente, stando qui dentro, sembra di essere trasportati in altre latitudini.

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Ogni viaggio a Parigi ha previsto poi una sosta nel Marais che, oltre ad essere uno dei quartieri più interessanti, è stato storicamente il quartiere ebraico della città. Anche se adesso la comunità si è sparsa in altre zone, vi si trovano ancora ristoranti e negozi kosher e siti rilevanti per la storia ebraica della città. Per esempio, attirati dalla mostra “Evgueni Khaldei, photographe de l’armée rouge”, nel 2005 abbiamo visitato il Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, che ricostruisce l’apporto degli ebrei alla storia di Parigi.
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Ho visto invece di sfuggita il quartiere di Belleville, conosciuto come multietnico e famoso per la street art. La mescolanza di multiculturalità e arte lo fa essere ciò che in passato è stato il Quartiere Latino, prima di diventare solo un luogo per turisti: un crogiolo di stimoli culturali di ogni genere. E non posso che augurarmi di riuscire a vederlo con calma, prima che perda la sua anima autentica.

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Così come mi riprometto di visitare il Musée d’histoire de l’immigration, che ricostruisce circa 200 anni di storia dell’immigrazione in Francia.

La Parigi multiculturale si respira anche in certi mercati, come quello di Barbés, e nei ristoranti etnici più lontani dai luoghi turistici – e quindi più autentici. A noi per esempio capitò di mangiare un memorabile cous cous (memorabile anche per le porzioni particolarmente generose) in un ristorante tunisino assolutamente anonimo dall’esterno, ma indimenticabile per il palato.

Insomma, a Parigi la bellezza della multiculturalità è evidente. Ma sono evidenti anche i problemi. Per esempio questa città è  un obiettivo sensibile; e ciò ben  prima dei fatti di quest’anno, e anche prima dell’11 settembre 2001. Durante il nostro viaggio di nozze del 1998 abbiamo vissuto in diretta, ad esempio, un allarme bomba in areoporto, con tanto di evacuazione dell’area, intervento di reparti speciali ecc… Quella volta fu solo uno dei tanti falsi allarmi, ma si sa che città come queste sono, nel bene e nel male, sempre in primissimo piano.
Ad ogni modo, al netto delle sue ombre, Parigi resta sempre quella che vidi con gli occhi di bambina nel mio primo viaggio: uno dei miei luoghi del cuore.

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2 pensieri su “Parigi multiculturale”

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